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L’appuntamento

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Il senso di incertezza, che porta con sé smarrimento, ansia e paura, è un tema che negli ultimi anni non sembrava riguardare la nostra società e il modo che avevamo di pensare al futuro e al possibile, fino all’irrompente ingresso del COVID 19 nelle nostre vite. E come si affronta qualcosa di nuovo, sconosciuto e destabilizzante?

Ognuno di noi può affrontarlo cercando conforto in tanti modi diversi: attraverso una dimensione più spirituale, per alcuni o più relazionale, per altri, prendendo parte ad una collettività che ci conforta. Qualunque sia il nostro personale “corrimano” che ci accompagna e sostiene nei momenti difficili, il bisogno di sentirsi radicati diventa figura quando il nostro sfondo è caratterizzato da incertezza.

Viene spontaneo pensare che il senso di incertezza possa essere colmato da risposte, ma forse saper stare al fianco e “respirare alla stessa velocità” dell’altro può dare quel senso di sicurezza che la realtà attuale, più di ogni altra, ha smantellato. Quando possiamo condividere i nostri dubbi, le nostre paure e le nostre reazioni, diventiamo appartenenti alla comunità umana, anche nella distanza fisica. Questo bisogno di condivisione ci permette di recuperare il senso dell’altro, sia esso adulto o bambino, dare una nuova forma alle nuvole e ritrovare possibilità e speranza, insieme.

Le preghiere della sera erano un appuntamento immancabile, mi facevano bene, erano il mio corrimano verso la notte. Le ripetevo ad alta voce insieme alla mia meme’. Dov’è il nonno chiedevo? In paradiso. E cosa c’è in paradiso? La pace. E non sarà noiosa questa pace? La pace è la pace.

Stare nell’incertezza

Intorno ai quindici anni mi sono accorta che a dio non credevo, cioè ci credevo quando mi serviva, ci credevo quando avevo bisogno, non pregavo, chiedevo. Credere per chiedere mi sembrò ipocrita, ero una ragazzina rigorosa, , ho smesso anche di pregare e ho pensato che il mancorrente verso la notte e verso i giorni dovevo crearmelo con quello che ero. Oggi sono agnostica, ma possibilista.

Quando è morta mia nonna, Rebecca  non smetteva di fare domande. Voleva sapere del corpo in terra o nel fuoco e dell’anima e del suo corpo e della sua anima. Dove finisce tutto? Dove andremo noi? “Io credo che ovunque andremo staremo bene e staremo insieme”. Gli ho risposto. E poi quella domanda terribile: “Se io vado per primo, chi mi aspetta?”. Mi è mancata la presa, avevo così bisogno del mio corrimano, di una risposta facile, avevo bisogno di dio.

Ci vuole davvero un dio da raccontare ai bambini. Un dio a loro misura. Mi hanno insegnato che dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma sono sempre più sicura che l’uomo debba rifare dio a immagine e somiglianza dei bambini. 

Un dio divertente, comprensibile, che dia risposte buffe di fronte all’insensatezza, si chieda il perché, un dio che pianga e si disperi, che sappia far pace perché come sanno far pace i bambini nessuno.

Il paradiso allora è la pace dei bambini, tornare a giocare sempre e comunque, qualsiasi cosa accada.

Dov’è la nonna?

È nella pace dei bambini, dopo aver litigato con la vita, dopo aver battagliato con la morte.

Un dio che non sia solo rito, dogma, assoluti, ma che cammini con noi, al nostro fianco, sfidandoci a tenere il passo, trotterellando, perdendo il ritmo di tanto in tanto.

Un dio che si stenda al nostro fianco a respirare alla stessa velocità e indovinare le nuvole. Che giochi a nascondino, che dio è bravo a nascondersi, ma che di tanto in tanto si faccia trovare.

Un dio che non abbia paura di crescere. Un dio che rispetti gli adulti, ma che soprattutto creda nei suoi coetanei. Che assomigli ai figli, più che ai genitori.

Mi dico che sarebbe forse più difficile sostenere il disumano in nome di un bambino, che in nome di dio.

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