
storie
Questo è lo spazio delle storie pensate per le diverse sezioni, raggruppate per il loro profilo narrativo e anche altre storie che invece una sezione non l’hanno trovata.
Delle rime leggere per accompagnare i più piccoli durante questa esperienza così particolare e complicata, raccontare loro cosa è il coronavirus e quali sono i comportamenti più giusti da adottare.
In un periodo di poche certezze, attraverso parole che invitano al sorriso, questa filastrocca vuole essere uno strumento nelle mani degli adulti per avviare un dialogo e un confronto. Parole semplici, frasi brevi che evocano immagini in aiuto all’adulto lettore per misurare, calibrare e adattare i contenuti al suo “giovane ascoltatore”, in funzione delle sensibilità di ognuno. E poi, chissà…, potrà succedere all’adulto di sorprendersi di fronte al bambino che dirà “ma sì, lo so già, ma sei tu che ti dimentichi del virus e non ti metti la mascherina”.
Coroncino il virus birichino
Questo virus è un po’ monello
Nel mondo fa ancora il birbantello
Lui porta una grande corona
Ma non si siede su una poltrona
lui mette paura ad ogni persona.
Lui si diverte di qua e di là
Perché una casa non ce l’ha
Sta nella saliva di grandi e piccini
Ne combina di ogni come i più birichini!
Tanti dottori lavoran notte e giorno
Per levare questo virus di torno!
Quando esci le regole devi rispettare
Altrimenti in casa si deve ritornare.
Te le ricordo così fai in fretta
E puoi correr come una saetta
Non puoi ancora dar gli abbracci
Altrimenti succedon pasticci
Ricorda che agli amichetti
puoi strizzare tanti occhietti!
E se li incontri ai giardinetti
mi raccomando rispetta la distanza
Così, presto giocherete in una stanza!
Se li vedi attraverso uno schermo
Fai un sorriso oppure uno scherzo.
Le manine devi spesso lavare
È un po’ noioso ma si deve fare!
Se ti scappa un colpo di tosse
Alza il gomito in poche mosse.
Se invece ti scappa uno starnuto
Non spaventarti ma chiedi aiuto,
Arriva la mamma con un fazzoletto
E pulirà il tuo nasetto.
Mi raccomando la mascherina
Non toccarla con la manina.
Non spaventarti andrà tutto bene
Se tutti noi ci comportiam bene.
Mi raccomando fai un grande sorriso
Così che il mondo presto sarà guarito!
filastrocca di Elena Pagliaccia
Voi la conoscete la ricetta del coraggio? No??? Non preoccupatevi… ve la racconta Olivia che, riportando le parole della sua mamma e del suo papà, ci insegna come si può fare quando succede qualcosa che ci fa molta paura. La ricetta sembra semplice, ma non fatevi ingannare: non lo è affatto! Si tratta di prendere la paura per le corna e mescolarla con tanta fiducia..ma non solo: dalla storia di Olivia capiremo che serve anche amore, amicizia, alcune regole che ci guidano e un po’ di speranza, da cuocere a fuoco lento mentre si sorseggia una camomilla.
L’aquilone di Olivia
Olivia stanotte proprio non vuole dormire,
un grande aquilone si mette a costruire
per farlo volare fin da mamma in ospedale:
è un portafortuna colorato e originale.
Ieri, al telefono con Petra, amica del cuore:
“Mia mamma è infermiera, mio padre dottore!
Indossano tute da acchiappa-fantasmi ogni giorno
io aspetto con mia sorella grande il loro ritorno.
Gli ho chiesto: “Ma questo virus non vi fa paura?”
“Un po’, ma dei malati bisogna avere cura.
Olivia sai come si costruisce il coraggio?
Con molta fiducia e di paura solo un assaggio”.
Petra mi ascoltava in silenzio e con attenzione:
“Dobbiamo fare una semplice addizione:
se tutti indossiamo le mascherine e teniamo le distanze
per strada sentiremo passare meno ambulanze,
così avremo molti malati in meno da curare
e più persone guarite che a casa potranno tornare!”
“Petra sai, non sono brava in matematica,
ma questa teoria mi pare molto pratica.
Da grande potresti lavorare in politica, al governo!
Fare le leggi come il mio nonno paterno!”
Olivia quella notte si è tanto spaventata:
non sapeva che la sua mamma fosse malata.
Da qualche giorno non andava al lavoro,
aveva preparato la pizza al pomodoro,
poi le è venuta la febbre, la tosse era fastidiosa,
è finita in ospedale, Olivia ora è molto nervosa
papà le dice che per il momento non la si può sentire,
la bambina è triste e fa fatica a dormire.
Papà le ha parlato, sa che è preoccupata:
“Olli, come stai? Ti vedo molto agitata…”
“Il mio cuore è così pieno di emozioni
che vanno sparse in tutte le direzioni.
C’è la paura di non rivedere mamma,
nel petto si accende come una fiamma.
Ho già nostalgia della sua voce,
e rabbia, come una tigre feroce.
Mi fa arrabbiare che torni al lavoro!
Rimani con noi, ti imploro!”
Il papà la stringe forte e le fa una carezza:
“Com’è difficile sopportare tutta questa incertezza!
Ma io rimango qui finché non sei tranquilla,
stiamo insieme e ci prepariamo una camomilla.
Sai che mamma non ha nessuna intenzione di abbandonarci,
per questo si fa curare, per tornare ad abbracciarci.
E’ importante che con lei ci siano dei medici:
sono bravi come il tuo papà, credici!
Se alla tua mamma vuoi dire qualcosa
le mandiamo subito la tua lettera affettuosa.
Olli, ricordi la ricetta del coraggio?”
“Sì papà: molta fiducia e di paura solo un assaggio”
“Abbiamo paura quando è lontana una persona a cui vogliamo bene,
ma abbiamo anche la fiducia di poter stare ancora insieme.
Della tua mamma la voce non puoi sentire
ma lei ti pensa, anche quando vai a dormire”.
Olivia sbadiglia, forse ora vuole dormire.
Il suo aquilone colorato ha provato a spedire:
lo ha affidato al vento, alla notte, alle stelle
che è di tutti i bambini che hanno mamme così belle.
di Nisia Cosenza
È arrivato il tempo di ritornare in neuropsichiatria.
Una strada che conosco, ma ci sono tante cose nuove.
Regole da rispettare, mascherine e distanze.
Ma per fortuna trovo anche gli stessi occhi sorridenti delle persone che conosco e che mi dicono che gli sono mancato tanto.
Allora è più facile concentrarmi a fare la cosa più importante: giocare insieme.
una storia di Francesca Dall’Ara,
con le illustrazioni di Luca Pugliese

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Cosa succede se nella vita di una bambina irrompe il dolore della scomparsa improvvisa del nonno in un momento così inconsueto in cui altri affetti quali parenti, amici, compagni di scuola, insegnanti sono lontani?
Quali domande, emozioni…soluzioni affollano la mente di Margherita?
Un foglio di carta le raccoglierà e la Fatina dei denti farà un’eccezione.
una storia di Francesca Dall’Ara,
con le illustrazioni di Giada Negri

Scarica la storia di un coronavirus, una letterina per te nonno in versione alfabetica.

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Questa è una storia per genitori e i loro bambini da leggere insieme. Perchè?
Perchè vorremmo aiutarli e aiutarci nel difficile percorso dell’attesa nel tempo sospeso della malattia.
Perchè quando i bambini si rendono inaccessibili è fondamentale trovare la chiave per aprire “la tenda degli indiani” e tirare fuori le emozioni negative attraverso una modalità vicina al loro modo di comunicare, un linguaggio a loro noto.
Perchè i genitori vorrebbero sempre poter rassicurare ed avere una risposta alle domande e ai bisogni dei loro bambini, ma quando la difficoltà appartiene a tutti la questione si complica e si comprende l’importanza della condivisione e della vicinanza.
Perché se alle domande lecite dei bambini e ai loro bisogni non sappiamo rispondere con certezze che non abbiamo possiamo però condividere le emozioni anche se negative, dare loro voce e farle circolare in modo che la tristezza possa venirne fuori senza restare chiusa dentro e scavare una distanza affettiva che fa ancora più male. Questo racconto ci mostra una storia di tristezza, rabbia e difficoltà che si risolve in un sorriso.
La strada alla fine verrà indicata dal sorriso che Pietro riuscirà a strappare a tutti quanti!
una storia di Francesca Dall’Ara,
con le illustrazioni di Giada Negri

Scarica la storia di un coronavirus, quando torni a casa papà? in versione alfabetica.

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Il senso di incertezza, che porta con sé smarrimento, ansia e paura, è un tema che negli ultimi anni non sembrava riguardare la nostra società e il modo che avevamo di pensare al futuro e al possibile, fino all’irrompente ingresso del COVID 19 nelle nostre vite. E come si affronta qualcosa di nuovo, sconosciuto e destabilizzante?
Ognuno di noi può affrontarlo cercando conforto in tanti modi diversi: attraverso una dimensione più spirituale, per alcuni o più relazionale, per altri, prendendo parte ad una collettività che ci conforta. Qualunque sia il nostro personale “corrimano” che ci accompagna e sostiene nei momenti difficili, il bisogno di sentirsi radicati diventa figura quando il nostro sfondo è caratterizzato da incertezza.
Viene spontaneo pensare che il senso di incertezza possa essere colmato da risposte, ma forse saper stare al fianco e “respirare alla stessa velocità” dell’altro può dare quel senso di sicurezza che la realtà attuale, più di ogni altra, ha smantellato. Quando possiamo condividere i nostri dubbi, le nostre paure e le nostre reazioni, diventiamo appartenenti alla comunità umana, anche nella distanza fisica. Questo bisogno di condivisione ci permette di recuperare il senso dell’altro, sia esso adulto o bambino, dare una nuova forma alle nuvole e ritrovare possibilità e speranza, insieme.
Le preghiere della sera erano un appuntamento immancabile, mi facevano bene, erano il mio corrimano verso la notte. Le ripetevo ad alta voce insieme alla mia meme’. Dov’è il nonno chiedevo? In paradiso. E cosa c’è in paradiso? La pace. E non sarà noiosa questa pace? La pace è la pace.
Stare nell’incertezza
Intorno ai quindici anni mi sono accorta che a dio non credevo, cioè ci credevo quando mi serviva, ci credevo quando avevo bisogno, non pregavo, chiedevo. Credere per chiedere mi sembrò ipocrita, ero una ragazzina rigorosa, , ho smesso anche di pregare e ho pensato che il mancorrente verso la notte e verso i giorni dovevo crearmelo con quello che ero. Oggi sono agnostica, ma possibilista.
Quando è morta mia nonna, Rebecca non smetteva di fare domande. Voleva sapere del corpo in terra o nel fuoco e dell’anima e del suo corpo e della sua anima. Dove finisce tutto? Dove andremo noi? “Io credo che ovunque andremo staremo bene e staremo insieme”. Gli ho risposto. E poi quella domanda terribile: “Se io vado per primo, chi mi aspetta?”. Mi è mancata la presa, avevo così bisogno del mio corrimano, di una risposta facile, avevo bisogno di dio.
Ci vuole davvero un dio da raccontare ai bambini. Un dio a loro misura. Mi hanno insegnato che dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma sono sempre più sicura che l’uomo debba rifare dio a immagine e somiglianza dei bambini.
Un dio divertente, comprensibile, che dia risposte buffe di fronte all’insensatezza, si chieda il perché, un dio che pianga e si disperi, che sappia far pace perché come sanno far pace i bambini nessuno.
Il paradiso allora è la pace dei bambini, tornare a giocare sempre e comunque, qualsiasi cosa accada.
Dov’è la nonna?
È nella pace dei bambini, dopo aver litigato con la vita, dopo aver battagliato con la morte.
Un dio che non sia solo rito, dogma, assoluti, ma che cammini con noi, al nostro fianco, sfidandoci a tenere il passo, trotterellando, perdendo il ritmo di tanto in tanto.
Un dio che si stenda al nostro fianco a respirare alla stessa velocità e indovinare le nuvole. Che giochi a nascondino, che dio è bravo a nascondersi, ma che di tanto in tanto si faccia trovare.
Un dio che non abbia paura di crescere. Un dio che rispetti gli adulti, ma che soprattutto creda nei suoi coetanei. Che assomigli ai figli, più che ai genitori.
Mi dico che sarebbe forse più difficile sostenere il disumano in nome di un bambino, che in nome di dio.
In un momento in cui, a far da padrona alla nostra sfera sociale e affettiva, è una tecnologia sempre più avanzata che, nel tentativo spesso riuscito, di favorire una vicinanza, alimenta contemporaneamente l’impressione di vivere in un mondo surreale e intangibile, questa semplice testimonianza ci insegna che i bambini, come sempre, sono i più bravi ad insegnarci a fare un passo indietro e ricominciare a creare e attendere le cose belle, senza correre nessun rischio di contagio.
La meraviglia dei bambini
Da quando siamo in quarantena spesso mi collego con i miei bimbi creativi e gli chiedo come va. Alcune bambine si sono adattate, chi mugugnando, chi prendendola per una vacanza, chi facendo sostanzialmente quello che faceva prima
Con una differenza.
Michelle per esempio fa lezione in piattaforma, si videochiama con le amiche compatibilmente con gli orari dettati dai genitori e usa i social
Ginevra, una volta alla settimana fa lezione di hip-hop in collegamento con tutta la classe, si scrive con le insegnanti e un paio di volte alla settimana videochiama la sua migliore amica.
Poi c’è Ale. Ale è in un’età in cui la videochiamata perde di interesse pressoché subito. Parla due minuti, poi lei e l’amica di turno si mettono a giocare, si distraggono, abbandonano il cellulare da qualche parte per andare a prendere qualcosa ecc. Ma siccome si mancano e si struggono allora si scrivono. Biglietti, disegni, origami, collanine e bracciali, lavoretti fatti con materiale vario, pupazzini. Mettono insieme tutto il malloppo, le mamme lo imbustano e, il giorno dell’uscita per la spesa, mollano il plico nella cassetta delle lettere dell’altra abitano tra l’altro a 5 minuti di distanza, quindi sono di strada. La mamma destinataria ritira il pacchetto, lo lascia chiuso in un sacchetto per 24 ore e poi lo consegna alla bambina.
L’apertura di queste lettere è un momento bellissimo, anche perché ci si trova di tutto, hanno più o meno una settimana tra una busta e l’altra e ci infilano qualunque idea venga loro in mente.
Non sarà un vero e proprio rapporto epistolare, ma nel loro caso l’analogico ha superato il digitale, e di molto.
Questo racconto non è fatto di parole… è fatto di immagini. Le mani di un nonno che impasta promesse ricordano quanto sia dolce e piena di speranze l’attesa del ritorno, di un tempo che è stato ma che non è e che, si spera, tornerà ad essere.
Ci dice di quanto siano insostituibili i legami, ma anche di quanto sia modificabile il modo in cui possono essere vissuti, se si riesce a dare importanza all’intenzione di un desiderio, più che alla vera realizzazione dello stesso. Fa venire in mente la slitta di Babbo Natale che, ancora prima di partire per consegnare i regali ai bambini, li ha già fatti sognare.
Parla di un patrimonio affettivo che fa da radice, che àncora al terreno e che resta, anche se le foglie cadono anno dopo anno, stagione dopo stagione.
Nel dispiacere della mancanza, ci fa sognare un modo nuovo di stare insieme, più immaginato e simbolico, ma non meno reale e vivo. Un modo che tiene lontani fantasmi e paure e regala immagini di ricordi e vita vissuta. Con un tono metaforico, ma vicino, evoca in chi lo legge sapori, odori e sensazioni di qualcosa di condiviso, di caldo e accogliente che colma le distanze.
Compleanno del nonno
Un paio di settimane fa è stato il compleanno di mio papà.
Per ovvi motivi, stavolta non siamo potuti andare a trovarlo a casa, pranzare insieme e festeggiarlo di persona.
I ragazzi però non si sono arresi e hanno deciso di realizzare alcuni regali fatti a mano per il nonno. Abbiamo aggiunto un bigliettino di auguri che abbiamo firmato tutti, li abbiamo impacchettati e glieli abbiamo spediti.
I regali sono arrivati con un giorno di ritardo, ché sfortunatamente il compleanno cadeva di domenica, ma il pacco è stato consegnato il lunedì.
Credo di non avere mai sentito mio padre così commosso come quando ha chiamato i ragazzi per ringraziarli.
Al telefono, assieme a lui e alla nonna, sentivo Rebecca e Noé pianificare il menù per quando ci potremo finalmente rivedere.
“Ci farai anche la pizza, vero?”, ha detto Noé.
“Comincio subito a impastarla”, ha detto mio padre.
E io già mi vedevo le sue mani infarinate sul tavolo di legno scuro, le vedevo muoversi con grazia antica a impastare una promessa, e mi immaginavo Rebecca attendere la lievitazione di questa pizza per giorni, settimane, mesi, l’impasto che nella sua fantasia sarebbe cresciuto lentamente insieme alla sua speranza di ragazza.
“Verrà la pizza più alta del mondo”, ha detto Noé e mentre lo vedevo ridere e fantasticare su una pizza “alta come lui e il papà” ho pensato che aveva proprio ragione lui che progettare desideri è sempre la maniera migliore per resistere, comunicare l’amore, recuperare fiato e potenzialità future.
I nipoti e i nonni parlano la stessa lingua, sono foglie e radici, sono il grano sognato dai campi lasciati a maggese.
Sarebbe così bello se imparassimo da loro la gioia del coltivare le attese.
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